Certi giorni avevano la faccia pallida di chi è restato tutta la notte con la faccia dentro un libro per preparare un esame che sarebbe stato sempre rimandato.
Quel cielo bianco non si sforzava di sorprendermi,mai.
Immaginavo che quella coltre umida si sarebbe sciolta in un attimo e dietro quel sipario di gesso sarebbe spuntato un cielo azzurro ed un sole caldo,accogliente.
L’immaginazione,a certe latitudini,è un’arma spuntata.
Tempo sprecato.Energia complessa dispersa dinamicamente con le prime goccie di pioggia,immancabile complemento alla colazione.Lo stesso sapore di erba bagnata accompagnava i passi pigri del giorno,un vecchio che non si preoccupava di mostrare tutte le migliaia di anni che teneva poggiati sul groppone.
Certi giorni erano come dita stanche annodate su una mano arsa dalla fatica.Facevano fatica ad aprirsi,come se avessero paura di non poter trattenere il niente che serravano.Come se avessero timore di chiedere un’elemosina di speranza.
Un tappeto di bottiglie vuote sotto i piedi,sogni avanzati dalla notte di qualcun’altro,rendeva la falcata delle ore un’ancheggiatura ondeggiante come una vela sballottata da onde sempre più spossate sotto un firmamento esangue.
Un fiammifero sarebbe stato sufficiente ad illuminare tutto quell’universo che mi correva intorno,immobile nei miei pensieri il chiodo della voglia di andare via da tutto quello reggeva il quadro delle mie giornate sempre uguali e che rendevo diverse l’una dall’altra con un tocco di maliziosa poesia.
Il mondo era un’eco lontano di chiacchiere che passando di bocca in bocca si trasformavano in assurdità sgargianti,come se ognuno avesse voluto aggiungere un pizzico di colore,un grammo di saggezza personale,una dote di deduzioni consequenziali.
La tradizione orale mi è sempre sembrata un’abitudine bizzarra,un terreno fertile sul quale menti annoiate e vispe seminano alla rinfusa e poi si siedono aspettando di conoscere che tipo di raccolto ne verrà fuori.Una formazione culturale piena di falle e passaggi a vuoto, il risultato finale.
La scuola carpiva la vita arrotolando ogni curiosità come se fosse un tappeto vecchio da buttare via.
Piccole anime forgiate a furia di sberle,imparare a contare fino a mille prima di fare una domanda,e poi non aspettarsi necessariamente risposte.
Ore su giorni diventavano mesi arati lungo un percorso sempre uguale a se stesso.Ho capito che stavo crescendo quando il numero di passi necessari a raggiungere la meta diminuiva mano a mano che la lunghezza delle mie gambe aumentava.
Essere adulti è quando occorrono pochi passi,talmente pochi che non vale la pena contarli.
Una bassa marea di desideri lasciava allo scoperto i peccati sparsi qua e là con noncuranza da quell’umanità compita e proba che vegetava nei paraggi.La confessione è come lavare la macchina il giorno prima del matrimonio del cugino o della nipote.
Cromature restituite allo splendore originale,case di mattoni rossi che si specchiano nella carrozzeria,bambini lavati talmente tanto da sembrare malati.
La prima pozzanghera presa alla velocità adeguata riporterà il materiale al suo aspetto consueto.
Quel fango si lava via facilmente,ed altrettanto facilmente ritorna a tenere compagnia con le sue croste.
Certi giorni erano cielo bianco e storie sfigurate e fango e croste e passi veloci.
Certi giorni erano furtivi come un groppo in gola che piano piano cresce e diventa voglia di piangere.
Certi giorni erano una palla che rimbalza contro un muro e ritorna in mano.La colpisci più forte e più forte lei ti colpisce al ritorno.
Certi giorni impari a vivere e certi giorni impari che si muore.
Certi giorni esalano come un rantolo.Certi giorni sono rulli virili su un tamburo sfondato.
Certi giorni sono pugni tirati contro il cielo.Certi giorni sono mani nelle tasche sfondate.
Certi giorni sono corse a perdifiato e mille scintille di luce che passano oltre la tua ombra.
Certi giorni sono piedi di un ubriaco che si trascina bussando a tutte le porte cercando casa sua.
Poi si cresce,e si smette di domandarsi come sarà domani,perchè è stato troppo faticoso uscire da ieri.
E quando si cresce i colori cambiano e muta il ritmo dei giorni,come questo tramonto sfinito dal caldo che viene a fare compagnia,la sua luce obliqua riflessa in una finestra che ha lo stesso colore dei miei giorni bambini,quando le gambe crescevano,i passi diminuivano,i sogni galleggiavano a lungo.
Fino a cadere sotto il loro stesso peso.Il peso di certi giorni che sembravano non avere nè inizio nè fine,che lasci scorrere come grano nella tramogia che lo sbriciola e lo rende sottile.
Fino al fischio della nave che rompe il cielo scuro della notte e la fà rabbrividire,testa sotto le lenzuola,sudore rancido che scola su quel lenzuolo che il buio stende sopra il mondo appeso a se stesso.
Fino ad un’altra alba uguale a quella precedente,l’unghia di un animale che gratta contro la tua porta,il mugugno dello stomaco,parole come caccole spiaccicate sotto la sedia,un soffitto sempre più basso e l’uscio sempre più stretto.
E quel cielo bianco che assiste alla novena blasfema,stinco di santo nel pentolone.
Ed un altro giorno che bolle gelido,intorno al nulla.